Ricetta n. 10 – L’identità, un bel problema

Sempre più spesso le classi si presentano come un crogiuolo di lingue, culture, tradizioni diverse che si intersecano con le nostre. Anche per questo motivo, molte volte all’interno dei miei corsi propongo un brano tratto dal libro Pecore nere, in cui la scrittrice italo-somala Igiaba Scego svela la propria doppia, tripla, multipla identità con uno sguardo ironico e sferzante.

È un brano che si può prestare a diverse attività didattiche: se la classe è estremamente eterogenea come quella dei CPIA, chiedo sempre di fare lo stesso percorso testuale proposto dalla Scego (Mi sento cinese, marocchino, albanese quando…); invece, nel caso in cui in classe ci siano italiani, chiedo di scrivere “Mi sento italiano quando…” e “Non mi sento italiano quando…”.

Ingredienti: un pc, una videocamera, il testo Identità è un bel problema, la video-lettura sul sito della RAI

ana-quando/395/default.aspx, tanta voglia di mettersi in gioco.

Non sono un cento per cento, non lo sono mai stata e non credo riuscirò a diventarlo ora.

Credo di essere una donna senza identità.

O meglio con più identità.

Chissà come saranno belle le mie impronte digitali! Impronte anonime, senza identità, neutre come la plastica.

Vediamo un po’, mi sento somala quando: 1) bevo il tè con i chiodi di garofano e la cannella; 2) recito le 5 preghiere quotidiane verso la Mecca; 3) mi metto il dirab; 4) profumo la casa con l’incenso o l’unsi; 5) vado ai matrimoni in cui gli uomini si siedono da una parte ad annoiarsi e le donne dall’altra a ballare, divertirsi, mangiare… insomma a godersi la vita; 6) mangio la banana insieme al riso, nello stesso piatto, intendo; 7) cuciniamo tutta quella carne, con il riso o l’angeelo; 8) ci vengono a trovare i parenti dal Canada, dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna, dall’Olanda, dalla Svezia, dalla Germania, dagli Emirati Arabi e da una lunga lista di stati che per motivi di spazio non posso citare in questa sede, tutti parenti sradicati come noi dalla madrepatria; 9) parlo in somalo e mi inserisco con toni acutissimi in una conversazione concitata; 10) guardo il mio naso allo specchio e lo trovo perfetto; 11) soffro per amore; 12) piango la mia terra straziata dalla guerra civile; 13) faccio altre 100 cose, e chi se le ricorda tutte!

Mi sento italiana quando: 1) faccio una colazione dolce; 2) vado a visitare mostre, musei, monumenti; 3) parlo di sesso, uomini e depressioni con le amiche; 4) vedo i film di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Totò, Anna Magnani, Giancarlo Giannini, Ugo Tognazzi, Roberto Benigni, Massimo Troisi; 5) mangio un gelato da 1,80 euro con stracciatella, pistacchio e cocco senza panna; 6) mi ricordo a memoria tutte le parole del 5 maggio di Alessandro Manzoni; 7) sento per radio o tv la voce di Gianni Morandi; 8) mi commuovo quando guardo negli occhi l’uomo che amo, lo sento parlare nel suo allegro accento meridionale e so che non ci sarà un futuro per noi; 9) inveisco come una iena per i motivi più disparati contro primo ministro, sindaco, assessore, presidente di turno; 10) gesticolo; 11) piango per i partigiani, troppo spesso dimenticati; canticchio Un anno d’amore di Mina sotto la doccia;13) 13) faccio altre 100 cose, e chi se le ricorda tutte!

Un bel problema l’identità, e se l’abolissimo? E le impronte? Da abolire anche quelle! Io mi sento tutto, ma a volte non mi sento niente.

Igiaba Scego

Il brano piace, di solito diverte. Anche in questo caso, una serie di piccole produzioni si susseguono l’una all’altra.

Sono un ragazzo furbo e molto curioso, sono nigeriano e vivo in Italia da un bel po’.

Mi sento nigeriano quando telefono ai miei genitori, parlo la mia lingua, ascolto le musiche nigeriane soprattutto quelle nella mia lingua madre, mangio il jolof rice, l’akara con i fagioli fritti o il platano, faccio un giro con gli amici nigeriani per il centro di Bologna, prego e canto in chiesa,  ascolto le predicazioni del mio pastore per tutta la giornata di domenica.

Ma ci sono alcune volte in cui mi sento italiano quando: ascolto le musiche di Emma Marrone, di Gianna Nannini o di altri cantanti italiani, mangio i cibi italiani come la pasta, le lasagne e altri piatti tipici.

Mi sento Italiano quando sono a scuola con compagni e professori italiani, quando discuto con gli amici in italiano, quando guardo i film doppiati in italiano,  quando sono al cinema.

Mi sento cingalese quando:
vado in un luogo pubblico e tutti mi salutano,
le mie credenziali accademiche sono altamente riconosciute,
vivo l’amore dei genitori,
mangio verdure, pesce e riso con le mani,
laddove c’è ospitalità.
Mi sento italiana quando:
riesco a gestire una minima comunicazione in lingua italiana,
mangio cibi diversi usando cucchiai e forchette,
svolgo diversi lavori per sbarcare il lunario,
esco di casa  rigorosamente con tutti i documenti.
Non ho ancora trovato la mia l’identità, spero nel tempo.
Sono marocchina, ma sento che ho un misto di identità che non posso del tutto contare: berbera, araba, marocchina; porto in me qualcosa di ogni paese in cui ho vissuto.
Mi sento marocchina quando:
bevo il tè con la mente, preparo l’olio di argan con mia madre,
mangio il tagine e il couscous,
metto la jellaba o il caftan,
preparo chbachia, sellou e hrira per il Ramadan,
prego cinque volte al giorno verso Mecca,
faccio il digiuno durante il Ramadan,
leggo il Corano,
ascolto la musica marocchina o araba,
profumo la casa con l’incenso,
leggo i libri di Ibrahim El Fakki, Aaid El Garni,
vado ai matrimoni dove la sposa si cambia il vestito dalle 5 alle 7 volte,
tifo per la squadra nazionale marocchina quando gioca una partita.
Mi sento italiana quando:
mangio la pizza e la pasta,
preparo la crostata di marmellata e il tiramisù,
faccio colazione con cappuccino e cornetti,
guardo programmi in TV come: L’eredità, Italia’s got talent e Fatto in casa per voi da Benedetta,
ascolto canzoni in una lingua dolcissima,
mi sforzo  a parlare la lingua italiana;
studio la storia e geografia dell’Italia.
E comunque mi manca il Marocco quando sono in Italia e mi manca l’Italia quando sono in Marocco, è questa è la verità che non posso negare.
Mi sento dominicana quando:
vengono a trovarmi le mie amiche del mio paese e parliamo dei vecchi tempi, beviamo una birra fredda, cuciniamo il riso fagioli e carne che è la nostra bandiera e passiamo
un bel momento alla “dominicana”;
la domenica mattina pulisco casa e alzo la radio a tutto volume e inizio a ballare con la scopa;
faccio da mangiare e mi vengono  in mente tutta le spezie gli odori e i sapori della mia terra;
esce il sole caldo d’estate che mi riempie di gioia;
saluto qualcuno senza conoscerlo perché è l’abitudine del mio paese, e tutti mi guardano come per dire: E questa qui chi è? 
Per questo e per tante altre ragioni riconosco la mia  vera identità.
Mi sento italiana quando:
mi sono sposata con un italiano,
mi hanno consegnato la carta di identità e il permesso di soggiorno;
ho visto e toccato la neve per la prima volta: un sogno diventato realtà;
vado al ristorante e ci sto tutta una giornata aspettando l’antipasto, il primo, il secondo, il dolce ecc,;
faccio l’aperitivo o l’apericena al bar;
faccio i tortellini, i tortelloni, i ravioli, il ragù e gli gnocchi ecc, in grande quantità e con una velocità impressionante, mi meraviglio di me stessa e di tutto quello che ho imparato
in  poco tempo.
Posso dire che non si perde la propria  l’identità, la si può però arricchire.

Curiosità

I. Scego, Pecore nere, Bari: Laterza, 2011

L. Bentini, A. Borri, Leggere per scrivere, Torino: Loescher, 2016.

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