Lingue prime e plurilinguismo

Lingue prime e plurilinguismo

Un ragazzo arrivato dal Sudan deve riscrivere in classe la storia di Frida Kahlo. Continua a chiedere all’insegnante: «In quale lingua?». In francese? Nella sua lingua madre, che parla ma non sa scrivere? Alla fine sceglie l’inglese.

In un’altra classe, un ragazzo di madrelingua wolof per settimane non vuole saperne di parlare della sua lingua: «Sono francofono», ripete. Poi, quando il confronto tra le lingue diventa un’abitudine della classe, è proprio lui ad alzare la mano: «Ah sì, perché nella mia lingua funziona così».

Sono piccoli momenti, ma dicono molto. Raccontano persone che non arrivano a scuola a mani vuote: portano con sé lingue, scritture, modi di studiare. E pongono una domanda semplice e scomoda: quel patrimonio può servire a imparare la storia, le scienze, un mestiere? Oppure resta fuori dalla porta dell’aula?

Da questa domanda nasce il Quaderno della Ricerca 96, «Lingue prime e plurilinguismo nell’educazione degli adulti e nella formazione professionale» (Loescher), curato con Fernanda Minuz e Rosa Pugliese e chiuso da una postfazione di Jean-Claude Beacco. Dietro ci sono due anni di ricerca-azione in tre CPIA e al CEFAL di Bologna: 17 insegnanti, più di 270 studentesse e studenti, cinque strumenti didattici messi alla prova in classe, dalla storia all’elettricità.

La risposta che emerge è un sì, ma non ingenuo. Davanti a un testo nella propria lingua, chi in italiano sembrava bloccato torna a sottolineare, cerchiare, scegliere le parole chiave: riaffiora un metodo di studio che c’era già. Il confronto tra le lingue accende la curiosità anche di chi la materia non la sentiva sua. Chi di solito tace diventa quello che spiega. Uno studente lo dice meglio di qualunque teoria: «I mix languages when I study… we use it as a bridge».

Le resistenze non sono mancate, e il libro le racconta: imbarazzo, lingue parlate ma mai scritte, il timore di togliere tempo all’italiano. Il plurilinguismo non funziona come attività di un giorno. Va spiegato, negoziato, reso abituale, e chiede a chi insegna una lingua e a chi insegna una materia di progettare insieme.

Grazie, prima di tutto, a chi questo lavoro l’ha portato nelle classi, il gruppo di ricerca-azione: Magda Burani, Samuele Brutti, Alessandra Caputo, Catia Cavallini, Melania Chiosso, Sara D’Ascenzo, Maurizio Focaccia, Mattia Fino, Mauro Frisoni, Alessandra Gariup, Vittorio Lega, Stefania Malavolta, Giulia Marcelli, Aurora Raspa, Julia Rizzo, Matilde Sgotto, Claudio Testoni, Chiara Tiranno e Francesca Vignudelli.

A Fernanda e Rosa, compagne di progettazione e di studio sui temi del plurilinguismo. A Giovanna Masiero, con cui ho condiviso la parte più creativa: dare forma ai materiali. E a Gabriella Ghermandi, che per l’Istituzione Gian Franco Minguzzi e la Città metropolitana di Bologna ha coordinato l’intero progetto.



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