Cose

La prima parte dell’atelier si è ispirata al modello di Elisabeth Bing, che nei suoi laboratori si poneva l’obiettivo di avvicinare alla scrittura gli studenti più vulnerabili attraverso un’avventura interiore. L’esperienza mi porta a ritenere che sia un modello esportabile in molte situazioni educative, specie nelle condizioni di forte eterogeneità presenti anche nella scuola degli adulti, dove, all’interno dei corsi, coabitano e lavorano studenti dai retroterra culturali ed educativi più diversi.

I contenuti ad alta soggettività, la presenza di un’impalcatura con modelli alti e definiti a cui richiamarsi, il ricorso a modalità comunicative naturali quali le liste, gli elenchi, le strutture anaforiche, la condivisione del prodotto scrittorio con i compagni, non fanno altro che rafforzare l’appartenenza ad una classe.

Presa confidenza con la scrittura, superata la paura della consegna e della pagina bianca, si può allargare il campo dell’azione e ampliare il curricolo di scrittura.  Il nuovo ambito di interesse è quindi la descrizione, una tipologia trasversale e ricorrente nei testi più diversi, che ha l’obiettivo di accompagnare i partecipanti a spostare lo sguardo dalla propria interiorità verso l’ambiente esterno, di riconoscere il mondo come oggetto da indagare e con cui entrare in relazione, di trovare le parole per nominare la realtà. Per raggiungere tali obiettivi parto da un brano che io e Lisa Bentini abbiamo deciso fortemente di inserire come modello nella sezione “Descrivere la mia quotidianità”; si tratta di “Cose” di Simona Vinci.  Il brano è un’apparente lista di oggetti, colti nella loro solitudine e banale quotidianità – una tazza, un rasoio, una maglietta, un temperino – che acquistano un senso, riprendono vita solo perché toccati, nominati, visti e percepiti dall’autrice, facendo emergere una serie di stati d’animo che scandiscono e identificano la fine di un amore. Per la sua struttura interna, il brano facilita la messa a fuoco delle caratteristiche tipiche della descrizione: l’arricchimento lessicale, l’acquisizione di una terminologia precisa e rigorosa, la disposizione delle informazioni.   Leggo il brano, mi servo della LIM per visualizzare il significato di alcune parole, chiedo lo stato d’animo che prevale negli studenti, poi si parte.

Accompagno la lettura con l’ascolto del brano di Jay Jat Johanson, Smoke.

Di tutti i testi, elenchi più o meno lunghi, due hanno fatto breccia nella lettura collettiva: si tratta di descrizioni di oggetti che fanno riaffiorare il tema degli affetti e della separazione. Il primo è il testo di una giovane donna che ha lasciato il suo Paese forse troppo in fretta e con un senso di rimpianto:

Prima di uscire definitivamente da quella che era stata la mia casa fino ad allora, ho girato forse sbagliando lo sguardo verso la stanza in cui ero cresciuta, in cui avevo passato la maggior parte delle mie giornate. È come se descrivessi una foto, l’ho ancora davanti chiara e limpida:
il tavolo, vecchio, di legno dove preparavi i tuoi cibi, con poco, ma con tanto amore, lo stesso tavolo dove ho provato ad esercitarmi con ago e filo per seguire i tuoi insegnamenti, lo stesso dove immaginavo di aprire un negozio tutto mio per realizzarmi; le sedie, la sedia sfondata della nonna sempre piegata su se stessa a raccontare le stesse storie ma sempre diverse; il contenitore di plastica per trasportare l’acqua, il compito di ogni mercoledì e di ogni sabato, da casa al pozzo avanti e indietro per una decina di chilometri, trasportato sulla testa con perizia; il barattolo del latte in polvere, la bottiglia vuota dell’aranciata, la frutta dal suo odore acre, le arachidi, un vestito gettato là,
le pentole nere, il tuo sguardo alla finestra che non mi guardava, sono partita così senza i tuoi occhi addosso. 

Il secondo è il testo di una donna che ha reciso il suo legame con un Paese forse complesso e difficile:

Le cose mi ricordano le persone che ho perso. Forse non credermi, ma ho buttato via tutte le mie cose, le lettere delle mie sorelle, i dipinti delle mie figlie, le foto dei miei amici all’università, anche le foto del mio matrimonio, in modo da poter andare avanti e stare in piedi. Io sono scappata dal mio Paese solo con pochi vestiti! Mi dispiace non aver cose di cui scrivere. Ma ha tanti bellissimi ricordi: di mio papà. Ricordo la sua faccia gentile. Tutta la sua faccia, tutte le rughe sul suo viso, le mani morbide, i capelli bianchi e ricci che tagliavo ogni mese. Il bel viso che vedevo invecchiare ogni giorno.
Ricordo il buon odore delle sue mani. Il profumo dei suoi vestiti. Sempre pulito, barba ben rasato ed elegante. I suoi vestiti sempre stirati, le scarpe lucide.  Ricordo il suo orologio e l’anello. È una persona interessante che amo.
Una persona in buone salute, atleta, nuotatore, felice e divertente. Tutti i parenti lo adorano. Ho imparato tanto da lui: vivere in maniera salutare, mangiare sano, portare rispetto agli altri, essere puntuale, essere affidabile. Non è sbagliato dire che lo ricordo 10 volte al giorno.  Quando mangio penso che a mia papà questo piatto potrebbe piacere, quando faccio gli esercizi lo ricordo, quando parlo ricordo le sue parole e mi manca tantissimo…

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