Costruire

Tempo fa, su una rivista o una pagina di blog (non ricordo), ho letto una frase del pedagogista Duccio Demetrio e l’ho appuntata immediatamente sul mio
quaderno degli appunti. Citava: “La scrittura autobiografica ci permette di “prenderci cura” di noi nella nostra interezza, nella complessità della nostra vita”. Quella frase mi ronza in mente da giorni, non riesco a liberarmene. 

Ho una classe ricchissima, di intelligenze, curiosità, bagagli di vita ingombranti, percorsi scolastici e culturali apparentemente lontani anni luce fra loro; una classe fatta di donne e di uomini che stanno intraprendendo un percorso di formazione complesso e reso ancora più difficile dalle modalità e dalle restrizioni dell’emergenza sanitaria. 

Sogno di poter riprendere al più presto le lezioni in classe, con tranquillità, con la possibilità di guardarci negli occhi, toccarci, catturare i mille segnali che ogni corpo impercettibilmente emana. Eppure, nel frattempo è necessario partire e restare nel “qui e ora”, tenendo sempre presenti gli elementi di complessità che quotidianamente stiamo vivendo. 

Ho dedicato parte degli incontri a confrontarmi con i miei studenti, per comprendere che cosa si aspettano dalle nostre lezioni di italiano, che cosa e come vorrebbero leggere. Ho chiaro l’orizzonte degli obiettivi in cui devo collocare l’educazione linguistica di questo corso, ma non riesco più a progettare da solo, ho necessità di ascoltare, raccogliere stimoli, far emergere bisogni specifici. 

Ho riletto più volte i dati e l’esito strabiliante delle mie indagini. Gli studenti chiedono soprattutto di leggere testi in cui si riconoscono e rivedono se stessi, le loro storie, desideri e pensieri, ma c’è un’istanza che mi ha colpito ancora di più ed è la necessità di scoprire e/o condividere letture e storie di altri Paesi, testi e lingue a volte apparentemente dimenticate, rimaste in una memoria nascosta e lacerata. 

Riprendo il cammino con grande eccitazione.

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