Le palline di carta accartocciate

La prima attività è piaciuta. L’ho percepito dalla partecipazione, dall’interesse, dall’osare la lettura del proprio testo di fronte ad un pubblico. Ci siamo lasciati con una piccola riflessione e un piccolo compito, quello di tenere traccia del proprio pensiero su due temi che sono inscindibili nel nostro percorso: Cosa vuoi leggere nei prossimi incontri? Di cosa vuoi scrivere? Il confronto e la negoziazione sono risorse irrinunciabili nella relazione educativa. Invece di avere un colloquio vis à vis, che spesso spinge i più riservati a sparire dalla classe e a nascondersi nel “non so”, ho chiesto di rispondere a queste domande su un foglietto, di farne poi una pallina accartocciata da consegnarmi, mantenendo così il diritto alla riservatezza e alla complicità. Al termine della lezione ho raccolto gli esiti, le volontà degli studenti: di sicuro non desiderano leggere storie di guerra, ma favole, storie personali, storie per riflettere; scrivere di sé, per sé, per divertirsi, per conoscere. Parlare di sé è il tema.

Professionalmente sono cresciuto negli anni in cui si parlava molto di approccio autobiografico. Le lezioni, le conferenze del professor Duccio Demetrio, la sua temerarietà sul tema mi hanno segnato in profondità e la collana colorata di volumetti della rivista Adultità sono stati una fonte preziosissima di arricchimento.

Tuttavia penso che scrivere e parlare di sé siano temi complessi e molto più difficili da affrontare nelle classi miste dei CPIA, fatte di donne e uomini, adulti e ragazzi.

La scrittura autobiografica va quindi trattata con estrema cautela, è come un movimento su un lago ghiacciato. I risultati sono imprevedibili: a volte si pattina nella vita degli altri e la narrazione scorre senza inciampi. Altre volte, invece, è una caduta in un vortice, in una pozza di acqua ghiacciata: alcune narrazioni di vita sono difficili da immaginare, strazianti da ascoltare. Nello stesso tempo, però, sono gli stessi studenti che chiedono a gran voce di parlare di sé, perché, come evidenzia il pedagogista Ivano Gamelli, “raccontare significa accorgersi di avere una storia, una storia che può essere guardata da una prudenziale distanza”.

Le narrazioni riferite, discusse o narrate in classe permettono quindi agli studenti di rappresentare le loro identità multiple, ibride, in evoluzione e di attribuire un senso alle proprie esperienze, collocate all’interno di percorsi personali e/o collettivi.

L’esperienza mi ha insegnato che ci deve essere comunque un’assunzione consapevole e attenta del carico emozionale, generato a volte da alcune narrazioni all’interno del gruppo di apprendenti. Se è vero infatti, come sostiene Demetrio, che “l’autobiografia è un genere democratico e imparziale”, è assolutamente necessario, inoltre, che la classe sia percepita dai suoi componenti – docenti e apprendenti – come uno spazio sicuro, dove il giudizio è sospeso, dove campeggia l’abitudine all’ascolto, al rispetto e alla pratica dell’interazione.

Curiosità:

  • Il metodo autobiografico, in Adultità, 4 ottobre 1996
  • Tecniche narrative, in Adultità, 19 aprile 2004
  • Demetrio, Raccontarsi, Milano: Raffaello Cortina Editore, 1996.
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